Dott.ssa Silvia Abbate specializzata in Psicoterapia Individuale ed esperta di Training Autogeno

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26.06.2017 Caldo, la psicologa: "Potente fattore di stress, aumenta l'aggressività"

26.06.2017 Caldo, la psicologa: "Potente fattore di stress, aumenta l'aggressività"

A livello di semplice buon senso "molti sono convinti che il caldo influisca negativamente sul nostro equilibrio psico-fisico. Effettivamente oltre al fattore termico in sé, che agisce direttamente sul nostro sistema nervoso, occorre considerare anche il ruolo di 'stressor' aspecifico che assume il caldo eccessivo, e l’influenza della stagione estiva sulla ciclicità di alcune gravi patologie psichiche, come la depressione, la ciclitimia, la bipolarità. Agendo come un potente fattore di stress, il caldo è dunque responsabile di comportamenti aggressivi e impulsivi tipici di ogni circostanza stressante, che allenta le nostre capacità di controllo rispetto agli stimoli ambientali negativi". A far luce sul legame tra canicola e aggressività è Paola Vinciguerra, psicoterapeuta presidente Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico. Il nostro sistema nervoso "è sensibile all'aumento di temperatura, al tasso di umidità e alle ore di esposizione alla luce. Questi tre fattori agiscono come un detonatore negli individui con un equilibrio fragile dal punto di vista psicologico-relazionale. Come tutti i fattori di stress, quindi, l'insofferenza al caldo estivo può manifestarsi anche con comportamenti ostili e aumento dell'aggressività. Le alte temperatura e l'umidità agiscono sui sistemi neuroendocrini. Da una parte, il caldo stimola l'attività del glutammato, neurotrasmettitore che esercita una potente azione eccitante sui circuiti cerebrali, dall'altra viene ridotta quella del Gaba il mediatore chimico che ci rende tranquilli e rilassati". Inoltre lo stress termico "incide sull’equilibrio critico e comportamentale anche indirettamente, attraverso la perdita di sonno ed il sovvertimento dei nostri ritmi biologici. Dormire male - prosegue l'esperta - non significa soltanto dormire poco ma anche subire un’alterazione della qualità del sonno che, per essere davvero ristoratore, ha bisogno di conservare la concatenazione delle sue fasi naturali, la cosiddetta architettura del sonno. Nella situazione di elevate temperature che stiamo vivendo si registra un grande aumento di persone sofferenti di attacchi di panico. La sensazione di spossatezza, affaticamento nel compiere anche azioni banali, talvolta giramenti di testa, difficoltà di attenzione scatena, in persone che già vivono nel l'ansia di un accadimento negativo, la convinzione che nel loro corpo stia avvenendo qualcosa di grave, di minaccioso. Da lì allo scatenamento di un attacco di panico il passo è breve". Ecco dunque qualche consiglio mirato: 1) quando la sensazione di stanchezza e spossatezza aumenta, prendetevi del tempo mentale in cui visualizzare qualcosa di fresco e piacevole: ad esempio un prato con una cascata, oppure una brezza; respirate lentamente con il diaframma, entrate nella vostra visualizzazione, per rilassare le tensioni e abbassare il livello di adrenalina. 2) prestate attenzione alla vostra sensazione soggettiva di fatica e adeguate gli sforzi in base ad essa. Non costringetevi al di là di quello che il vostro fisico può affrontare. 3) non affrontate situazioni conflittuali in questo periodo, valutate attentamente le conseguenze rispetto a espressioni aggressive proprie e altrui. 4) evitate, quando possibile, di esporvi ad ulteriori agenti stressanti. 5) pianificate la giornata tenendo in considerazione la situazione reale e non seguendo unicamente ciò che si deve fare o ciò che desiderate fare. 6) bevete frequentemente per evitare il rischio di disidratazione, in quanto "può avere conseguenze anche sull'umore e sul comportamento".

06.02.2017 Papà, dove sei? L'importanza della figura paterna per i bambini

relazione padre figlio

La figura paterna è punto di riferimento etico e di traenza sociale per ogni adolescente. Se viene meno tale riferimento il cammino dei figli si fa incerto provocando inquietudine e smarrimento. I consigli della psicopedagogista Evi Crotti per i lettori e i genitori de ilGiornale.it La figura paterna è punto di riferimento etico e di traenza sociale per ogni adolescente. Se viene meno tale riferimento, se la figura paterna si offusca o se il suo ruolo diventa fragile o manca del tutto, il cammino dei figli si fa incerto provocando in loro inquietudine e smarrimento. Questa sembra essere una condizione di questo periodo storico che ci deve rendere attenti osservatori della figura paterna indebolita o che sta perdendo quella forza virile, indispensabile per la costruzione dell'identità, della stima e della fiducia verso se stessi e verso la Vita. L'adolescente sente la necessità di affidarsi a lui, di poter conversare e di guardarlo in volto senza timore e senza riserve, per trovare sempre nuove rassicuranti conferme. Si tratta di un compito spesso arduo che spetta in prima persona al padre. La sua è una figura che rappresenta agli occhi del figlio l'universo maschile in cui dovrebbe predominare la norma, la legge e, soprattutto, l'indipendenza dai vincoli ricattatori e incestuosi, che stanno alla base della disarmonia nello sviluppo. Il padre è equiparabile a un rifugio sicuro. Se la figura paterna è così necessaria per acquisire una propria identificazione, spinta indispensabile per l'entrata nel sociale, perché tanti ragazzi hanno un vero e proprio rifiuto nel relazionarsi con la figura paterna? Lo si nota in alcune situazioni di protesta sociale, a volte anche violenta, dove l'autorità andrebbe intesa come controfigura del padre e vissuta come avversario da combattere o da rifuggire; un rifiuto che sa tanto di richiesta esasperata dovuta alla sua mancanza. La sicurezza che deriva da una figura paterna stabile e affidabile è assai importante per lo sviluppo relazionale del ragazzo. Infatti, è la sua la figura più adatta a fare da guida e da spalla per affrontare la realtà e confrontarsi con il mondo esterno, contribuendo così a formare nella sua mente un modello di riferimento diverso da quello materno primigenio. La figura paterna rappresenta simbolicamente la legge e l’autorità, parola latina "auctoritas" che deriva dalla radice del verbo augeo, che significa "far crescere". Egli è la norma, la mano forte che protegge, la roccia che non crolla, il braccio forte che stringe e che ognuno di noi, sin dall'infanzia, ha portato dentro di sé e interiorizzandolo come modello. E’ una sorta di tavola delle leggi scolpita dentro di noi. 

Evi Crotti Psicopedagogista, scrittrice e fondatrice della scuola di grafologia morettina di Milano che tuttora dirige.

27.01.2017 IL LOCUS OF CONTROL: LA VITA È IN MANO AL CASO O ALLA NOSTRA VOLONTÀ?

27.01.2017 IL LOCUS OF CONTROL: LA VITA È IN MANO AL CASO O ALLA NOSTRA VOLONTÀ?

Il locus of control è il grado di controllo percepito da ogni individuo sugli eventi della vita. Le nostre convinzioni cambiano a seconda delle circostanze e delle aspettative, ma devono essere considerate perché hanno importanti effetti, ad esempio sulla salute.

La contrapposizione di un destino che governa la nostra vita contro il potere delle nostre libere scelte è una questione filosofica prima ancora che psicologica che ha visto impegnati molti famosi pensatori come Aristotele e Platone. Le opinioni sono contrapposte, secondo Walter Skinner la volontà individuale è solo un’illusione dato che tutto è sotteso al semplice meccanismo dell’azione-reazione. Altri teorici dell’apprendimento come Albert Bandura invece, sostengono che il Sé non maturi pienamente finché non si sviluppa un senso di controllo personale. A ciascuno di noi è data facoltà di credere all’una o all’altra fazione e questa convinzione risiede nel locus of control. Cos’è il locus of control? Il locus of control o "luogo di controllo" è una variabile psicologica definita da Julian Rotter per indicare la percezione che ciascuno ha circa la possibilità di controllare la propria vita. Indica quindi se siamo convinti che le nostre azioni abbiano un peso nel direzionare gli eventi che ci accadono. Esistono due tipologie di locus of control: interno (attribuzione interna del controllo: io controllo la mia vita) ed esterno (attribuzione esterna del controllo: il destino controlla la mia vita). Questa variabile è molto importante in psicologia perché determina l’atteggiamento, la motivazione e la spinta ad agire dell’individuo.

Locus interno ed esterno

Chi ha un locus esterno si sente spesso in balia dell’imprevedibilità e non ricerca delle soluzioni autonome, ma si affida agli altri. La motivazione è molto debole e c’è una visione negativa dell’andamento della vita. Chi ha un locus interno invece, si impegna nella ricerca attiva di strumenti e soluzioni perché ritiene che le soluzioni ai suoi problemi siano alla sua portata. Possiede alti livelli motivazionali ed è caratterizzato da un approccio strategico alla vita. Questa distinzione così netta è utile ai fini di ricerca, ma nella realtà non ci sono persone così chiaramente "interne" o "esterne". Gli individui hanno una tendenza predominante in uno dei due sensi, ma sono molteplici le fonti di variazioni. Il ruolo, il tipo di circostanza e le aspettative di volta in volta influenzano il nostro atteggiamento portandolo ad essere arrendevole o determinato.

Locus of control e salute

Il ruolo del locus of control è determinante in molte aree della psicologia, una di queste è la salute. In generale è stato osservato che chi percepisce maggiore abilità nel controllo degli eventi è in grado di padroneggiare meglio le situazioni stressanti. Più in generale il locus è stato messo in relazione con la probabilità di ammalarsi e di mettere in atto strategie preventive. Il locus interno è associato a un maggior numero di comportamenti protettivi, ma d’altra parte mostrano maggiore indipendenza dal medico a danno del rapporto terapeutico (compliance).

19.12.2016 Feste di natale: periodo di depressione o di gioia?

19.12.2016 Feste di natale: periodo di depressione o di gioia?

Natale festa di luci e occasione per ritrovarsi. Il periodo delle feste natalizie racchiude certamente e innegabilmente una certa magia. La festa di luci degli alberi di Natale, le strade illuminate a festa, la suggestione e la suspence dei regali... Questo fa del Natale il periodo dell'anno certamente più intenso e denso di emozioni. Ci viene detto poi che a Natale "si è più buoni", che è il periodo più felice dell'anno e che bisogna quindi essere e dimostrarsi felici, ma è poi davvero sempre così nella realtà? E' davvero così? Ci sono correnti di pensiero, ricerche e studi a volte contrastanti sul fatto che il periodo delle feste natalizie sia correlato all'aumento di depressione e del numero di suicidi nel mondo. Indipendentemente dal fatto che sia vero o meno voglio analizzare alcuni aspetti psicologici del Natale e delle feste. Spontaneità o costrizione ad essere felici. Se si frequentano persone che si desidera frequentare, con le quali si può essere se stessi e mostrare le proprie emozioni qualunque esse siano e si hanno sentimenti sinceri di condivisione verso quelle persone allora il Natale è certamente un periodo pieno di gioia e, appunto, magico. Tuttavia spesso accade che per "salvare le apparenze" a Natale e durante le feste ci sia un obbligo nemmeno tanto velato di frequentare persone che in realtà non si vorrebbero vedere e doversi dimostrare felici, contenti, come se tutto andasse bene. Tutto questo è contornato da una grande ipocrisia di fondo. Magari non si sopporta delle persone che si devono frequentare. O si sono subiti abusi ma durante quel giorno bisogna mostrarsi felici e uniti. I veri sentimenti sinceri e spontanei sono in questo caso repressi e il Natale, anche se lo si vuole presentare come un periodo felice con la scenografia (pranzi, addobbi, regali), è in realtà un modo di nascondere e di amplificare i problemi e gli stati depressivi. I regali: emozioni che scaldano il cuore o obbligo stressante? I regali possono essere fonte di suspence e di emozione. Ma possono anche diventare una routine e un obbligo fastidiosi e stressanti. Capire cosa "desidera" una persona che si ama (sia esso/a il partner, un famigliare o un amico/a) e donargliela può riscaldare il cuore ed essere un modo per esprimere e veicolare amore, gioia e condivisione. Tuttavia spesso capita che i regali siano vissuti come un obbligo. Quando questo avviene di solito il regalo non sarà sentito. Sarà frustrante per chi lo deve fare (che lo sente come un obbligo) e per chi lo riceve (che avrà un oggetto spesso inutile e associato ad un alone energetico ed emotivo negativo) Questioni economiche. Un sondaggio pubblicato sull'Independent ha concluso che circa un uomo su due si sente depresso durante il periodo natalizio per l'aumento delle preoccupazioni economiche (che sono certamente anche associate alle spese per i regali). Altre ricerche evidenziano come a Natale si spenda a volte più di quello che ci si può permettere. Una riflessione da fare a questo proposito è sull'impatto emotivo che può avere un regalo. Ad esempio regalare un oggetto economico ma che ricorda un'esperienza di gioia vissuta assieme può dare emozioni di condivisione che non danno magari oggetti costosi ma fatti senza amore. Oppure, paradossalmente, mangiare un pasto semplice ma gustoso con persone con le quali si sente condivisione e amore è più soddisfacente che mangiare un pasto luculliano con persone che non si sopportano. Conclusione Se il Natale è contornato da emozioni vere e sincere, se si frequentano le persone che si vogliono frequentare, se i regali sono davvero sentiti, fatti con il cuore e azzeccati in base ai bisogni e desideri della persona allora il Natale può certamente essere uno dei periodi più belli dell'anno Se invece comporta il dover vedere persone che non si vogliono vedere, il dover far vedere per forza che si è felici, e il sentirsi in obbligo a fare dei regali, allora il Natale diventa uno dei periodi più stressanti e che contribuisce ad alimentare stati depressivi e di infelicità. La perfezione non esiste, e quindi capiterà sempre che si debba vedere qualcuno che non si desidera vedere, che si faccia o si riceva un regalo inutile e non gradito, ma se alla base ci sono emozioni sincere e oneste di condivisione allora le possibilità di rendere questo periodo un momento magico sono molto maggiori. Tanti auguri di vivere quest'ultimo tipo di feste di Natale! Dr. Fabrizio Mardegan (Fonte http://www.medicitalia.it/news/psicologia/5275-feste-natale-periodo-depressione-gioia.html)

Invito per la cittadinanza:

Invito per la cittadinanza:

E' con grande e immenso piacere, che invitiamo, tutta la cittadinanza Pisana, a partecipare numerosi al nostro prossimo evento: "CamminaMenti" In occasione di: "Pisa Capitale Europea dello Sport 2016". Noi, no very conventional professioniste, del centro PerFormat Salute Pisa, usciamo, per l'occasione, dai nostri studi, perchè amiamo stare all'aria aperta e perchè amiamo i momenti di ristoro e di convivialità, per il corpo e per la mente. Abbiamo infatti deciso di organizzare, in collaborazione con l' A.S.D.Il Luogo Comune, la nostra prima camminata non competitiva, che comprende: una passeggiata di 6 km sui lungarni, un aperitivo, un momento di riflessione filosofica sul camminare e un concerto finale. Il 18 settembre alle 17:00, segnate l'appuntamento. - E' necessaria l'iscrizione tramite mail: pisa@performatsalute.it

03/09/2016 Lo stadio pre operatorio secondo Piaget di Francesca Fiore

Stadio Pre-Operatorio

Nello stadio pre operatorio del bambino, dai due ai sei anni, compaiono il gioco simbolico, l'imitazione differita e il linguaggio.  In sintesi: Stadio pre operatorio: Il bambino durante questo stadio diventa in grado di usare i simboli, le immagini, le parole e le rappresentazioni mentali che si manifestano principalmente attraverso l’imitazione differita, grazie alla quale è capace di osservare e successivamente, a distanza di tempo che possono essere ore o giorni, di riprodurre quello che ha osservato dimostrando che ha conservato una rappresentazione interna del modello. Lo stadio pre operatorio secondo Piaget Continuiamo a parlare dello sviluppo cognitivo del bambino e questa volta ci soffermeremo sullo stadio pre operatorio. Il periodo in questione varia dai 2 ai 6 anni e comprende una serie di progressi cognitivi che portano fino all’acquisizione di funzioni complesse come il linguaggio. In aggiunta a quanto ottenuto alla fine dei due anni, periodo in cui si conclude lo stadio sensomotorio, in questa fase compaiono la deambulazione, il riconoscimento del sé, in cui il bambino impara a identificare le persone familiari e la propria immagine riflessa allo specchio, e lo sviluppo della parola.   Lo stadio pre operatorio secondo la teoria di Piaget: da cosa è costituito Il bambino durante lo stadio pre operatorio diventa in grado di usare i simboli, le immagini, le parole e le rappresentazioni mentali che si manifestano principalmente attraverso l’imitazione differita, grazie alla quale è capace di osservare e successivamente, a distanza di tempo che possono essere ore o giorni, di riprodurre quello che ha osservato dimostrando che ha conservato una rappresentazione interna del modello. Egli utilizza il gioco simbolico, usa un oggetto con una funzione diversa da quella cui assolve realmente, ad esempio la scopa come se fosse un cavallino e il linguaggio per riferirsi ad oggetti o persone non presenti nell’immediato, dimostrando di saper utilizzare schemi verbali appresi per indicare una realtà mentale, che è presente ma non nell’immediato o risulta solo immaginata. Durante questo periodo è presente l’egocentrismo intellettuale che equivale a dire che il bambino è totalmente centrato e concentrato su se stesso, non è ancora in grado di percepire la presenza di punti di vista, emozioni, pensieri, diversi dai propri. Inoltre, il pensiero è rigido e segue sempre dal particolare al generale, mentre i contenuti acquisiti sono legati tra loro attraverso concetti simili non sempre adeguati anzi il più delle volte non hanno nulla in comune. Le azioni mentali sono irreversibili, poiché composte da rappresentazioni mentali isolate non legate le une con le altre. Questo processo è facilmente dimostrabile attraverso l’esecuzione di compiti di conservazione: si mostra al bambino un recipiente basso e largo contenente del liquido e gli si chiede di versare il liquido in un recipiente di forma identica. Il bambino, è in grado di riconoscere che la quantità di liquido nei due contenitori è identica. Poi, si chiede di versare il liquido da uno dei due recipienti in uno alto e stretto. Durante questo periodo, quello pre operatorio quindi, il bambino non riesce a riconoscere che i contenitori anche se di forma diversa contengono la stessa quantità di liquido. Il periodo pre operatorio è anche caratterizzato da quello che è definito realismo nominale, ovvero la tendenza ad attribuire un nome all’oggetto facente parte del mondo esterno e dall’ intenzionalità, cioè dotare gli elementi del mondo naturale di una propria esistenza. Il pensiero presentato dal bambino è ancora concreto perché non riesce ad andare oltre all’apparenza e al dato percettivo, per questo è definito pre-logico. In questo caso il bambino affronta i problemi focalizzandosi su un solo elemento per volta in maniera selettiva. Lo stadio pre operatorio secondo la teoria di Piaget: evoluzione Piaget considera lo sviluppo intellettuale intimamente legato alle operazioni, azioni interiorizzate di comportamenti acquisiti, che permettono di organizzare le informazioni, provenienti dall’ambiente esterno, secondo schemi o concetti consoni al bambino. Chiaramente tutta questa procedura è fortemente influenzata da tutte quelle capacità che caratterizzano e sostanziano questa fase: 1. Egocentrismo intellettuale, già citato sopra, che porta a non riuscire a differenziare il proprio punto di vista da quello altrui. È possibile superare l’egocentrismo grazie alla socializzazione con il gruppo dei pari e alla cooperazione con i coetanei volta all’individuazione e al raggiungimento di scopi comuni. La mancanza di decentramento, derivante dall’egocentrismo, induce alla presenza di confusione tra la sfera soggettiva composta da desideri, pensieri, intenzioni propri del bambino e la sfera oggettiva, che riguardano gli altri e l’ambiente esterno. La mancanza di decentramento si manifesta attraverso tre tendenze del pensiero del bambino: a. Animismo, I bambini tendono ad estendere le caratteristiche degli esseri viventi agli oggetti inanimati. I bambini non distinguono con chiarezza le cose vive da quelle inanimate. b. Finalismo, Tendenza ad attribuire un fine/scopo all’azione dei corpi. c. Artificialismo, Tendenza a considerare tutte le cose come prodotto umano. 2. La rigidità di pensiero, Si manifesta in vari modi:a. Irreversibilità: consiste nel ricordare gli oggetti e gli eventi nell’ordine in cui sono stati inizialmente conosciuti. Quindi, il bambino non è capace di spostare mentalmente le sequenze di azioni o schemi mentali, secondo un ordine diverso da quello appreso. b. Difficoltà ad adattarsi al cambiamento nell’aspetto: il pensiero è totalmente ancorato alla percezione dell’oggetto che si verifica all’inizio 3. Il ragionamento prelogico: i bambini usano un ragionamento trasduttivo grazie al quale percepiscono una relazione causale che non esiste tra due elementi concreti solo perché i due elementi si manifestano congiuntamente. I processi logici a questo stadio di sviluppo cognitivo non sono ancora presenti. Lo stadio pre operatorio secondo la teoria di Piaget: vedersi allo specchio Importantissime per questo stadio sono le reazioni che si ottengono ponendo il bambino di fronte a uno specchio o a un vetro: prova a toccare con un dito sia la propria immagine sia quella di un’altra persona se presente. Chiaramente, in questo periodo il bambino non riesce a distinguere la propria immagine dalla percezione dell’altro, di conseguenza non concettualizza lo spazio virtuale, ma avverte solo l’esistenza di qualcosa che non capisce si riferisca alla propria persona. A 12 mesi il bambino, invece, nello specchiarsi riesce a percepire qualcosa che gli appartiene, una parte del suo corpo, principalmente è attratto dalle mani. In questo modo si verifica un primo riconoscimento di se stesso allo specchio, anche se parziale, perché riguarda solo una parte del proprio corpo e non il tutto. Verso i due anni il bambino guardandosi allo specchio ha una reazione di evitamento, come se percepisse qualcosa di strano nel vedersi allo specchio, come se ci fosse un intruso. Si tratta di una reazione derivante da una evidente consapevolezza cenestesica, che porta a sottolineare come il bambino mostri una dettagliata percezione e concezione del proprio corpo, mentre non ha ancora acquisito quella dello spazio virtuale, tanto è vero che presenta il fenomeno dell’aggiramento. Questo fenomeno consiste nell’aggirare lo specchio dopo essersi guardato per verificare se vi sia qualcuno dietro di esso.Sia l’evitamento sia l’aggiramento scompaiono nell’arco di uno, due mesi, intorno, all’incirca, all’età di 24 mesi quando il bambino è in grado di riconoscersi allo specchio ed è felice di potersi riconoscere. Questo comportamento è dimostrato da due prove: – la prova della macchia: se il bambino ha una macchia sul viso, inizialmente prova a eliminarla dall’immagine riflessa allo specchio . Verso i 24 mesi, al contrario, la elimina direttamente sul suo viso. Questo comportamento manifesta la formazione di un concetto di spazio virtuale come diverso da quello reale. A circa 3 anni tenderà a girarsi per guardare alle sue spalle, poiché acquisisce la consapevolezza di sé e riesce a vedersi con gli occhi dell’altro. – la prova con il video. Il bambino ripreso da una telecamera vede la sua immagine sul video. A 24 mesi il bambino si riconosce allo specchio come al video nella sua totalità di individuo. Successivamente, capisce che l’immagine osservata corrisponde a se stesso e rappresenta un riflesso della sua figura. Per concludere, quanto detto finora conferma che lo sviluppo di capacità cognitive avviene per gradi e ogni volta che si immagazzina una nuova funzione si cede il passo a funzioni più complesse e strutturate. Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2016/06/stadio-pre-operatorio-piaget/

07/07/2016 Relazione con i Figli. Cosa dicono i clinici? Leggiamo insieme John Bowlby

07/07/2016 Relazione con i Figli. Cosa dicono i clinici? Leggiamo insieme John Bowlby

Nel seguente passo Jonh Bolby ci invita ad accettare sentimenti ambivalenti presenti intrinsecamente negli esseri umani, la presenza ovvero di sentimenti positivi e negativi nei confronti delle persone che amiamo. Tali sentimenti sono presenti sin dall'infanzia. E' dovere e compito dei genitori tollerare la comparsa di tali ambivalenze, ciò servirà infatti a dare al proprio figlio la fiducia e quindi la possibilità di sentirsi in grado di poterle gestire e superare. In termini Analitico Transazionale, ciò gli consentirà di darsi il "permesso" di sperimentarli, senza incorrere al macerante Senso di Colpa.. Il non superamento di tali sentimenti fa da base per la formazione di psicopatologia in età adulta, ovvero in termini pratici, possono dar vita, ad esempio, a tratti di personalità aggressivi o dar luogo a personalità molto bisognose di costanti conferme. Qui di seguito nello specifico un passo in cui si fa riferimento alla gelosia e all'ostilità. "... La vergogna e la paura, ad esempio, possono anch'esse essere causa di grossi problemi. Niente aiuta un bambino più di poter esprimere ostilità e gelosia in modo diretto e spontaneo, e nessun compito è più significativo, per un genitore, del saper accettare con serenità espressioni di amore filiale come "ti odio mammina" [...]. Lasciando che esprimano queste esplosioni, dimostriamo ai nostri bambini che non abbiamo paura dell'odio e che abbiamo fiducia nelle possibilità di controllarlo; inoltre offriamo al bambino un'atmosfera indulgente in cui può essere sviluppato il self-control. Alcuni genitori stentano a credere che tali metodi siano saggi o efficaci e pensano che i bambini dovrebbero invece essere abituati a considerare l'odio e la gelosia come qualcosa non solo di negativo, ma anche di potenzialmente pericoloso. I metodi abituali per fare ciò sono due. Uno consiste nell'usare come mezzo di punizione espressioni di forte riprovazione; l'altro, più sottile e che sfrutta il senso di colpa, è quello di convincere il bambino della sua ingratitudine e di fargli notare la sofferenza morale e fisica che il suo comportamento provoca nei suoi genitori. Sebbene entrambi i metodi siano volti ad ottenere un controllo sugli impulsi negativi del bambino, l'esperienza clinica dimostra che nessuno dei due raggiunge il suo scopo e che entrambi hanno come conseguenza l'INFELICITA'. Entrambi i metodo tengono a rendere il bambino pieno di PAURA e SENSO DI COLPA nei confronti dei propri sentimenti, che vengono interiorizzati rendendo cosi più difficile - e non pià facile - il controllo. Entrambi possono sviluppare personalità difficili, il primo - la punizione - ribelli e, se molto severa, anche delinquenti e il secondo - la vergogna - nevrotici oppressi da angoscia e sensi di colpa. Non ci sono dubbi ormai riguardo l'ambiente familiare: i bambini hanno bisogno di AFFETTO, SICUREZZA, TOLLERANZA...".

- "Costruzione e rottura dei legami affettivi" John Bowlby 1979 -

 

Aggiungo da mamma non è sicuramente semplice... Ma quanto meno proviamoci :-)

Silvia Abbate Psicologa Psicoterapeuta

Esperta di Training Autogeno

27/05/2016 Lo stadio sensomotorio secondo la teoria di Piaget di Francesca Fiore

sviluppo cognitivo

Lo stadio sensomotorio secondo la teoria di Piaget: introduzione Secondo la teoria di Jean Piaget il bambino nasce con un bagaglio genetico che gli permette un adeguato sviluppo cognitivo che si verifica secondo tappe o fasi ben determinate. Ogni fase presenta delle caratteristiche proprie che derivano dall’interazione tra strategie innate e la realtà circostante. Da questa interazione, e in base alla propria esperienza personale, si implementano le diverse strategie diventando, col progredire dello sviluppo, sempre più complesse e articolate. Il bambino, dunque, fin dalla nascita conosce il mondo esterno utilizzando due processi: l’assimilazione e l’accomodamento, che permettono di aggiungere informazioni (assimilazione) a conoscenze già esistenti implementando gli schemi, rendendoli più complessi ed elaborati (accomodamento). Ogni stadio di sviluppo cognitivo comprende una serie di fasi operative che lo caratterizzano e lo rendono unico. Lo stadio sensomotorio secondo la teoria di Piaget Second Jean Piaget lo sviluppo mentale del bambino procede di pari passo alla sua crescita organica e tende a raggiungere l’equilibrio o omeostasi. Il bambino appena nato non riesce a distinguere se stesso dal mondo esterno (egocentrismo). Il mondo esterno del bambino, dunque, è costituito solo da immagini e suoni che appaiono e scompaiono senza una ragione obiettiva. Per questo egli non è in grado di compiere una ricerca attiva delle cose facenti parte dell’esterno, ma assume una posizione passiva in cui le immagini si susseguono senza interazione. Col progredire dell’età il bambino da soggetto passivo diventa attivo nella conoscenza e nell’interazione con l’ambiente esterno. Lo stadio sensomotorio nella teoria di Piaget: in cosa consiste? La fase sensomotoria è la prima tappa di sviluppo cognitivo e parte dalla nascita per concludersi verso i due anni di vita. Essa è suddivisa in sei stadi uguali per i bambini di tutto il mondo, per questo non è possibile si possa saltare uno stadio né sintetizzare i processi tipici di quello stadio, ma ogni individuo è necessario acquisisca e sviluppi i diversi schemi tipici di ogni fase. Durante i primi due anni di vita gli schemi di azione di base gradualmente si coordinano per dare luogo a schemi e comportamentali più complessi. Lo stadio sensomotorio secondo la teoria di Piaget: gli stadi Stadio sensomotorio 1, da 0 a 1 mese Tipici di questa fase sono una serie di riflessi definiti innati, quali la suzione, i movimenti oculari e i movimenti degli arti, che Piaget considerava molto importanti perché rappresentano la base dello sviluppo cognitivo o i primi schemi sensomotori del bambino. Non c’è ancora né imitazione né gioco, però il bambino è stimolato a piangere dal pianto di altri bambini o a esprimere col pianto a una serie di richieste. Stadio sensomotorio 2, da 1 a 4 mesi Si registra in questa fase una evoluzione e integrazione degli schemi sensomotori individuali e di base: succhiare, guardare, ascoltare, vocalizzare e afferrare gli oggetti, poiché si passa a ripetere questi riflessi innati molte volte durante l’arco della giornata in maniera spontanea. In seguito, relazionando tra loro gli schemi sensomotori, il bambino comincia ad attribuire un significato all’azione. A esempio il bambino nel sentire un suono gira la testa e gli occhi nella direzione della fonte del suono. In questa fase si presentano altri due schemi: succhiare-afferrare, portare alla bocca oggetti per conoscerli, e vedere-afferrare, prendere tutto quello che capita tra le mani. La schema sensomotorio mano e occhio sarà un mezzo molto importante per esplorare l’ambiente e acquisire nuove nozioni provenienti dall’ambiente esterno. Inoltre, il bambino inizia a seguire con lo sguardo un oggetto che cade nel suo campo visivo e quando lo perde l’unico tentativo che compie nella speranza di ritrovarlo è prolungare i movimenti nel ritornare al punto in cui l’oggetto è sparito. In questo modo assegna permanenza agli oggetti fino al momento in cui riesce a seguirli e a ritrovarli con movimenti semplici. Compaiono quelle che sono definite le reazioni circolari primarie, ovvero la ripetizione di un’azione prodotta inizialmente per caso, che il bambino esegue per sperimentare gli interessanti effetti. Grazie alla ripetizione, l’azione originaria si consolida e diventa uno schema che il bambino è capace di eseguire con facilità anche in altre circostanze. Stadio sensomotorio 3, dai 4 agli 8 mesi Durante questa fase il bambino inizia a compiere delle azioni motorie e continua a eseguirle ripetutamente per il puro piacere di verificare cosa accade nell’ambiente nel momento in cui compie quell’azione. Per esempio il bambino può afferrare e scuotere un giocattolo che produce un suono. A questo punto, preso dallo stupore del risultato ottenuto continua con l’azione appena prodotta. Durante questa fase il bambino diventa sempre più sociale grazie all’acquisizione di una serie di capacità sensomotorie che gli permettono di interagire con l’esterno. Il bambino sposta la sua attenzione al mondo esterno, oltre che al proprio corpo, cercando di afferrare, tirare, scuotere, muovere gli oggetti che stimolano la sua mano per vedere che rapporto c’è tra queste azioni e i risultati che derivano sull’ambiente, reazioni circolari secondarie. Stadio sensomotorio 4, dagli 8 ai 12 mesi Compaiono i primi movimenti intenzionali, diretti verso uno scopo, coordinazione mezzi-fini. In questa fase il bambino può stringere una mano producendo un effetto sensoriale, che rappresenta lo scopo. Così facendo il bambino mostra una maggiore integrazione nel mondo esterno e maggiore interazione con gli altri. Il bambino, inizia a percepire che esistono degli oggetti che possono essere soggetti a diversi schemi d’azione, come scuotere, spostare, dondolare ecc. in questo modo inizia a comprendere che gli oggetti sono indipendenti dalla sua attività percettiva o motoria. Stadio sensomotorio 5, dai 12 ai 18 mesi È una fase di esplorazione e interazione attiva e intenzionale in cui il bambino vuole esplorare per scoprire il mondo esterno. Quando scopre un oggetto nuovo gli piace esplorare le proprietà attraverso la messa in atto di schemi nuovi che derivano da evoluzioni di vecchi schemi, reazioni circolari terziarie. In questo modo scopre nuovi modi per raggiungere nuovi e vecchi scopi. Stadio sensomotorio 6, dai 18 i 24 mesi E’ la fase della rappresentazione degli oggetti attraverso simboli. Il bambino sarà capace di distinguere mentalmente il simbolo e l’oggetto che rappresenta. Dunque, il bambino riesce a trovare dei modi rappresentazionali alternativi e renderli concreti nel comportamento esplicito. Si arriva in questo modo alla comparsa del gioco simbolico. Grazie alla comparsa della funzione simbolica il bambino è in grado di agire sulla realtà col pensiero. Inoltre, usa le parole non solo per accompagnare le azioni che sta compiendo (nominare o chiedere un oggetto presente), ma anche per descrivere cose non presenti e raccontare quello che ha fatto o visto qualche tempo prima. Il bambino è in grado di riconoscere oggetti anche se ne vede solo una parte. È in grado di imitare i comportamenti e le azioni di un modello di riferimento, anche dopo che questo è uscito dal suo campo percettivo. Sa imitare azioni e comportamenti di coloro che hanno un’importanza di tipo affettivo- relazionale. Per concludere l’intelligenza sensomotoria e gli schemi di cui è composta non finiscono e scompaiono con la prima infanzia, ma ciò che si acquisisce rimane per tutta la vita. Chiaramente, con la comparsa della capacità simbolica e di altre forme di intelligenza più alte quelle di base restano più silenti perché fungono da fondamenta per tutto lo sviluppo cognitivo dell’essere umano.

 

Fonte: http://www.stateofmind.it/2016/05/stadio-sensomotorio-piaget/

26/04/2016 UN PO’ DI AUTISMO IN TUTTI NOI. NOVITÀ DALLA RICERCA GENETICA.

Autismo

In un recente studio è emerso che parte dell’influenza genetica implicata nell’autismo si correla a difficoltà comunicative nella popolazione generale. Una ricerca apparsa il mese scorso su Nature Genetics, che ha coinvolto un vastissimo campione di più di 38000 individui, ha evidenziato come gli stessi geni coinvolti nell’autismo influenzino anche aspetti delle abilità sociali dell’intera popolazione, quelle stesse capacità ritenute determinanti per una diagnosi di autismo. Il gruppo di ricercatori, capitanato dalla professoressa Robinson dell’Università di Harvard, ha contribuito in maniera significativa all’approfondimento del quadro genetico sottolineando come il maggior fattore di rischio per l’autismo sia poligenico, il risultato cioè di una combinazione di piccoli effetti prodotti da migliaia di differenze genetiche. Tali differenze genetiche si riscontrano anche nella popolazione tipica (non autistica), determinando un continuum di tratti comportamentali e di sviluppo che solo nella loro manifestazione più severa possono essere ricondotti a sintomi determinanti nel formulare una diagnosi di autismo. Uguale attenzione è stata rivolta anche alle variazioni genetiche rare non ereditarie (de novo) che producono effetti più ampi ma anch’esse risultate presenti tra i non autistici con la capacità di influenzare le loro competenze ed abilità sociali.

Le varianti genetiche comuni in relazione all’autismo

Nel primo caso, quello che riguarda le varianti genetiche comuni, è emerso che circa un quarto dell’influenza genetica implicata nell’autismo si correla anche a difficoltà sociali e comunicative nella popolazione generale. Tali competenze sono state misurate attraverso la Social and Communication Disordes Checklist (SCDC), compilata dai genitori di quasi 6000 bambini di 8 anni con sviluppo tipico. La correlazione genetica tra autismo e difficoltà sociali nella popolazione normale è simile insomma a quella che lega il diabete di tipo 2 e l’obesità.

Le mutazioni genetiche rare (de novo)

Per verificare invece se anche le varianti de novo mostrano un legame genetico tra i Disturbi dello Spettro Autistico e il continuum di comportamenti della popolazione generale, il team di ricercatori ha analizzato un campione di 2800 autistici insieme ai membri del nucleo familiare senza una diagnosi di autismo. In questo caso i ricercatori sono ricorsi alla Vineland Behavior Scales (Vineland), una scala che misura l’autonomia personale e la responsabilità sociale. Il numero di mutazioni rare, presenti nel 19% degli autistici e nel 10% dei familiari, si correlavano positivamente a un peggior funzionamento sociale misurato dalla scala. Inoltre i risultati più alti degli autistici, corrispondenti a minori difficoltà, sono risultati essere sovrapponibili a quelli più bassi della popolazione tipica e coloro che condividevano lo stesso punteggio mostravano un numero di mutazioni genetiche molto simile, indipendentemente dalla diagnosi di autismo.

Una condizione poligenica complessa

Tutti questi dati non possono che mettere in luce l’arbitrarietà di una diagnosi categoriale per i Disturbi dello Spettro Autistico che sembrano ormai potersi chiaramente definire una condizione poligenica complessa che condivide lo stesso bagaglio genetico con una parte significativa della popolazione generale. Ne consegue che il rischio genetico che influenza l’autismo è un rischio che riguarda tutti noi e influenza anche i nostri comportamenti e la nostra comunicazione sociale.

Articolo di : Ilaria Cosimetto

Fonte: http://www.stateofmind.it/2016/04/autismo-ricerca-genetica/

18/12/2015 Feste di natale: periodo di depressione o di gioia?

Ansia Depressione

Natale festa di luci e occasione per ritrovarsi. Il periodo delle feste natalizie racchiude certamente e innegabilmente una certa magia. La festa di luci degli alberi di Natale, le strade illuminate a festa, la suggestione e la suspence dei regali... Questo fa del Natale il periodo dell'anno certamente più intenso e denso di emozioni. Ci viene detto poi che a Natale "si è più buoni", che è il periodo più felice dell'anno e che bisogna quindi essere e dimostrarsi felici, ma è poi davvero sempre così nella realtà? E' davvero così?

Ci sono correnti di pensiero, ricerche e studi a volte contrastanti sul fatto che il periodo delle feste natalizie sia correlato all'aumento di depressione e del numero di suicidi nel mondo. Indipendentemente dal fatto che sia vero o meno voglio analizzare alcuni aspetti psicologici del Natale e delle feste.

Spontaneità o costrizione ad essere felici.

Se si frequentano persone che si desidera frequentare, con le quali si può essere se stessi e mostrare le proprie emozioni qualunque esse siano e si hanno sentimenti sinceri di condivisione verso quelle persone allora il Natale è certamente un periodo pieno di gioia e, appunto, magico. Tuttavia spesso accade che per "salvare le apparenze" a Natale e durante le feste ci sia un obbligo nemmeno tanto velato di frequentare persone che in realtà non si vorrebbero vedere e doversi dimostrare felici, contenti, come se tutto andasse bene. Tutto questo è contornato da una grande ipocrisia di fondo. Magari non si sopporta delle persone che si devono frequentare. O si sono subiti abusi ma durante quel giorno bisogna mostrarsi felici e uniti. I veri sentimenti sinceri e spontanei sono in questo caso repressi e il Natale, anche se lo si vuole presentare come un periodo felice con la scenografia (pranzi, addobbi, regali), è in realtà un modo di nascondere e di amplificare i problemi e gli stati depressivi.

I regali: emozioni che scaldano il cuore o obbligo stressante?

I regali possono essere fonte di suspence e di emozione. Ma possono anche diventare una routine e un obbligo fastidiosi e stressanti. Capire cosa "desidera" una persona che si ama (sia esso/a il partner, un famigliare o un amico/a) e donargliela può riscaldare il cuore ed essere un modo per esprimere e veicolare amore, gioia e condivisione. Tuttavia spesso capita che i regali siano vissuti come un obbligo. Quando questo avviene di solito il regalo non sarà sentito. Sarà frustrante per chi lo deve fare (che lo sente come un obbligo) e per chi lo riceve (che avrà un oggetto spesso inutile e associato ad un alone energetico ed emotivo negativo)

Questioni economiche.

Un sondaggio pubblicato sull'Independent ha concluso che circa un uomo su due si sente depresso durante il periodo natalizio per l'aumento delle preoccupazioni economiche (che sono certamente anche associate alle spese per i regali). Altre ricerche evidenziano come a Natale si spenda a volte più di quello che ci si può permettere. Una riflessione da fare a questo proposito è sull'impatto emotivo che può avere un regalo. Ad esempio regalare un oggetto economico ma che ricorda un'esperienza di gioia vissuta assieme può dare emozioni di condivisione che non danno magari oggetti costosi ma fatti senza amore. Oppure, paradossalmente, mangiare un pasto semplice ma gustoso con persone con le quali si sente condivisione e amore è più soddisfacente che mangiare un pasto luculliano con persone che non si sopportano.

Conclusione

Se il Natale è contornato da emozioni vere e sincere, se si frequentano le persone che si vogliono frequentare, se i regali sono davvero sentiti, fatti con il cuore e azzeccati in base ai bisogni e desideri della persona allora il Natale può certamente essere uno dei periodi più belli dell'anno Se invece comporta il dover vedere persone che non si vogliono vedere, il dover far vedere per forza che si è felici, e il sentirsi in obbligo a fare dei regali, allora il Natale diventa uno dei periodi più stressanti e che contribuisce ad alimentare stati depressivi e di infelicità. La perfezione non esiste, e quindi capiterà sempre che si debba vedere qualcuno che non si desidera vedere, che si faccia o si riceva un regalo inutile e non gradito, ma se alla base ci sono emozioni sincere e oneste di condivisione allora le possibilità di rendere questo periodo un momento magico sono molto maggiori. Tanti auguri di vivere quest'ultimo tipo di feste di Natale!

 

Dr. Fabrizio Mardegan

(Fonte http://www.medicitalia.it/news/psicologia/5275-feste-natale-periodo-depressione-gioia.html)

19/11/2015 Articolo, invito per la cittadinanza Pisana

PerFormat Salute Pisa

Un viaggio attraverso i cinque sensi (+ uno) Domenica 29 novembre presso il Centro Performat Salute di Pisa, centro di counselling e psicoterapia, si terrà un Open day dove sarà possibile, per l'intera giornata, partecipare a una serie di laboratori che hanno per tema i cinque sensi, più uno che potremmo chiamare sesto senso e che ha a che fare con la nostra capacità di entrare in contatto con le emozioni e di relazionarci con gli altri. I partecipanti potranno rilassarsi con le immagini (vista), con il massaggio Shiatsu (tatto) o con il training autogeno (udito), esplorare la relazione tra olfatto e cibo o soffermarsi a meditare sul gusto e, infine, sperimentare brevi sessioni di terapia di gruppo. I laboratori sono completamente gratuiti e saranno condotti dai professionisti del Centro (psicologi, counsellor, nutrizionisti, operatori shiatsu ed esperti di musicoterapia). E' gradita la prenotazione. Per informazioni e iscrizioni ai laboratori contattare la dottoressa Laura Congiu e inviare una mail a pisa@performatsalute.it Il Centro Performat Salute Pisa si trova in via XXIV Maggio, 38 (zona stadio)

26/10/2015 Se la facoltà non è quella giusta? Abbiate il coraggio di cambiare

blocco percorso universitario

di Giada Lo Porto

«Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante», diceva Paolo Giordano ne La solitudine dei numeri primi. E mai citazione fu più appropriata soprattutto se il contesto è quello universitario. Un panorama in cui bivi e opzioni vanno vagliati con cura e ponderatezza. La scelta del corso di laurea da intraprendere rappresenta, infatti, la pietra miliare su cui costruire il proprio futuro. Giurisprudenza, Medicina, Scienze della Comunicazione, Architettura… Ogni facoltà, che se ne dica bene o male, ha diversi pregi e altrettanti difetti. Ma che succede quando si capisce che l’opzione vagliata dopo la maturità non è in realtà quella che fa al caso nostro? Tante matricole si accorgono pochi mesi dopo l’inizio degli studi di aver sbagliato facoltà, quasi il 20 per cento abbandona durante il primo anno. Un dato allarmante che mette in luce come non sia da sottovalutare il numero di ragazzi e ragazze che giunti all’ultimo anno di liceo non riescono a scegliere tra le varie strade in maniera consapevole e stimolante. Siamo giovani, direte, cosa si può pretendere da neo diciottenni appena usciti dai banchi calorosi e intimi di scuola che approdano per la prima volta in un mondo frenetico dove indifferenza e caos fanno da padrone? Che colpa abbiamo se, come è giusto che sia, la nostra mente in piena e post adolescenza è simile ad una sala d’attesa piena in cui ogni concetto, criterio, opinione vogliono primeggiare ed essere “ricevuti” per primi? Come darvi torto. Beh, niente paura o drammi il quesito è semplice. Avete finalmente preso consapevolezza delle vostre passioni e prospettive future? Bene, buon per voi. Rivoluzionate la vostra vita, lasciate la via sbagliata per quella maestra. Abbiate il coraggio di cambiare, che siate a inizio, metà o fine carriera accademica poco conta. Ricordate che 3 o 5 anni non valgono una vita intera. Rimettetevi in gioco, rischiate. Mentre la scelta del liceo non è vincolante (da un liceo classico è possibile iscriversi alla facoltà di ingegneria e un liceo scientifico permette di dedicarsi allo studio della filosofia) una volta laureati non abbiamo più la possibilità di lavorare in ogni campo: una fetta del mercato sarà ormai preclusa. E così in una fase delicata di vita come questa non ci è permesso sbagliare. Voglio raccontarvi un aneddoto. Avevo da poco terminato gli esami di maturità. Euforia, gioia, libertà erano papabili a chiunque osservasse i miei occhi così come la decisione, maturata sin dal primo anno di liceo, di diventare un medico. Il pensiero di contribuire al benessere delle persone mi allettava, ero una fanatica dei telefilm tra le corsie e sin da bimba mi divertivo a far improvvisare malattie immaginarie alle amiche e dispensare consigli e terapie di tutto punto. L’indole però a volte è fuorviante. Durante gli anni del liceo succedeva che pur passando interi pomeriggi tra i libri di chimica, fisica, biologia arrivassi a stento alla sufficienza, mentre, senza il minimo sforzo i temi di italiano e letteratura erano coronati da un 10 di colore rosso, scritto a caratteri cubitali. Una contraddizione… Com’era possibile che delle frasi buttate e incastonate lì a casaccio risultassero agli occhi delle insegnanti meritevoli di un simile giudizio? Non capivo a quel tempo, non capivo affatto. Poi come un fulmine a ciel sereno, un giorno, inizio a piangere mentre leggevo l’articolo di un giornale. Senza un perché, senza un motivo preciso. Non sapevo, fino a quel momento, quanto le parole potessero emozionare. E allora compresi. Avrei fatto la giornalista. E poi anche chi traffica con sillabe, verbi e accenti può contribuire al benessere di un individuo in modo diverso, certo, da chi ha a che fare con bisturi e trucchi del mestiere. Dunque ragazzi…abbiate il coraggio di sbagliare e di cambiare. Carpe diem, la vita non torna indietro mai.

17/09/2015 "Inside Out", cinque "emozioni" per andare a vedere il nuovo film della Pixar.

Emozioni

È stato già definito un piccolo grande capolavoro della Pixar, uno di quei film che rimangono dentro a lungo, che si sedimentano nell’animo di chi guarda, capaci di far tirar fuori il meglio di sé allo spettatore che si appresta alla visione. Forse perché i protagonisti di “Inside Out” sono cinque emozioni (Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto) e forse perché oggi come non mai avvertiamo un forte bisogno di ritornare a essere più connessi con noi stessi. Ci sono diversi motivi per andare a vedere questo film di Pete Docter, garanzia assoluta di qualità, viste le firme di prestigio come sceneggiatore nei primi due capitoli di “Toy Story” e come regista di “Monsters & Co.” e “Up”. Ne abbiamo scelti cinque. A voi le conclusioni. Perché ha avuto coraggio Ci sono voluti quattro anni di lavoro, una miriade di studi di psicologia, una grande squadra di autori e la sfrontatezza produttiva della Pixar per dare vita a “Inside Out”. Non era semplice visto il tema. Esplorare come interagiscono le emozioni dentro una bambina che cresce è stata una sfida molto complicata che Pete Docter e i suoi sceneggiatori hanno vinto alla grande. “Abbiamo voluto fare un film ambientato non dentro il cervello, che è un luogo fisico, ma dentro l’animo”, ha rivelato con un certo orgoglio il regista in conferenza stampa. Perché non ha paura della tristezza “Inside Out” vi conquisterà facendo leva sulla malinconia. È un film che fa pensare, che fa riflettere, che pone lo spettatore di fronte alla realtà, che porta inevitabilmente a fare bilanci sulla propria esistenza. Il merito va dato a un personaggio in particolare, ovvero a Tristezza. Non vogliamo dire troppo sul suo percorso, ma vi basti sapere che questa emozione vi farà sentire meglio, più sollevati, meno distratti, sicuramente più coscienti alla fine del film. Infine occhio a Bing Bong. Non vi diciamo chi è. Solo un consiglio: osservatelo con attenzione! Perché la Pixar fa sempre il pieno di emozioni Gira sul web una sfiziosa lista di “What if” che riassume brillantemente lo spirito della Pixar. Si parte con “Se i giocattoli avessero sentimenti”, ricordando ovviamente “Toy Story”, si passa tra gli altri dai “Se i mostri avessero sentimenti” di “Monsters & Co” e “Se le macchine avessero sentimenti” di “Cars”, per concludere con “Inside Out” con un emblematico “Se i sentimenti avessero sentimenti”. Ironie a parte, esce fuori un sorriso ricordando tutti questi titoli, comprendendo la semplice quanto complicata formula del loro successo. Perché Pete Docter è un genio Genio sì, in questo caso non è una parola tirata fuori a caso. Spesso capita nei film d’animazione che i nomi di sceneggiatori e registi passino in secondo piano. Non è questo il caso. Ci troviamo di fronte al creatore di universi narrativi come quelli di “Toy Story”, “Monsters & Co.” e “Up” e a lui non possiamo che dire grazie per le emozioni vissute in tutti questi anni. Sorretto in “Inside Out” dalla colonna sonora di Michael Giacchino, Docter confeziona un film dotato di straordinaria sensibilità, capace di mescolare riflessioni profonde e perspicace ironia. Perché è uno splendido viaggio di formazione Tutti i film della Pixar sono dei grandi romanzi di formazione, nei quali i protagonisti crescono acquisendo sempre più consapevolezza. Non sfugge a questa regola “Inside Out” che estremizza come non mai questo concetto, come dimostrato dalle storie di Gioia e Tristezza. Ci troviamo così di fronte a un’opera basata sull’importanza dell’equilibrio, quell’equilibrio in grado di dare valore ai nostri ricordi e alle nostre sensazioni. Fonte: http://www.huffingtonpost.it/2015/09/17/inside-out-cinque-motivi-per-vederlo_n_8151728.html

04/09/2015 I genitori iperprotettivi creano danni psicologici permanenti nei figli". La ricerca su 5000 volontari nati nel 1946

Relazione genitori figli

"L'iperprotettività dei genitori verso i figli, soprattutto durante il periodo dell'infanzia e della crescita, può causare loro dei danni psicologici permanenti da adulti". A mettere in guardia le mamme e i papà dall'essere troppo apprensivi è una nuova ricerca, pubblicata sul Journal of Positive Psychology, una delle più vaste su questo tema. Gli studiosi hanno seguito più di 5000 persone fin dalla loro nascita, nel 1946: dall'analisi è emerso che i partecipanti cresciuti senza genitori troppo "opprimenti" erano proprio quelli che risultavano avere il punteggio più alto in sondaggi riguardanti la felicità e il loro benessere generale. Se è noto da tempo quanto l'infanzia abbia profondi effetti sulla crescita di un individuo, la ricerca è una delle prime a "calcolare" sul lungo periodo l'impatto di alcuni comportamenti da parte dei genitori. Al contrario di alcuni studi precedenti, secondo i quali i figli con legami molto stretti con madri e padri sono più predisposti a creare una relazione forte con il partner, dagli esperimenti condotti dai ricercatori della University College London è emerso che i più "infelici" erano proprio i volontari che, intervistati all'età di circa quarant'anni, ricordando l'infanzia descrivevano la mamma e il papà come iperprotettivi. "Un controllo costante, psicologico, sui bambini può limitare la loro indipendenza e può, infine, farli sentire meno capaci di regolare il proprio comportamento in base alle situazioni", spiegano gli studiosi. Invadere la loro privacy o prendere decisioni al posto loro può aumentare il bisogno da parte del piccolo di una o di entrambe le figure genitoriali. Ma ciò non significa lasciare fare ai figli ciò che più vogliono: nessuna ripercussione a livello psicologico c'è stata sui bambini ai quali i genitori ogni tanto vietavano di uscire fuori a giocare. "I genitori sono vitali per il benessere mentale delle future generazioni - spiega l'autore dello studio, il professor Mai Stafford della Medical Research Council’s Lifelong Health and Ageing unit dell'università inglese -. Da questo punto di vista bisognerebbe ridurre le pressioni economiche e di altro tipo sulle mamme e sui papà, in modo che possano dedicarsi a creare una relazione migliore con i loro figli, senza eccessi". Ilaria Betti Fonte: http://www.huffingtonpost.it/2015/09/04/genitori-iperprotettivi-danni-psicologici-ricerca_n_8088452.html?ref=fbpr

17/08/2015 Come difendersi dai divora energia

Psicoterapia

Come difendersi dai divora energia La suocera criticona, la collega lamentosa, l'amica che si sfoga senza mai ascoltarci... I vampiri energetici sono ovunque intorno a noi. Il segreto per non farsi inondare dalle loro energie negative è difendere i propri spazi e non porsi in maniera passiva. La Psicologa Serenella Ricci ci insegna a farlo DI MARZIA NICOLINI

 

 

La donna in carriera acida che non risponde se non alzando la voce, la collega lamentosa che passa il tempo libero a piangersi addosso e a sfogare tutti i suoi malumori su chi le capita a tiro, ma anche la suocera che ci critica in tutto e per tutto o l'amica che ci usa solo come sfogo personale per poi dimenticarsi immancabilmente di chiederci come stiamo e nemmeno accorgersi se abbiamo pianto o siamo stanche morte. Come liberarci o quantomeno difenderci da queste persone risucchia energia? Neutralizzarle è possibile e necessario: impossibile non risentire (negativamente) di queste personalità egocentriche e fagocitanti. Il segreto? Imparare, con gentilezza, a mettere dei punti fermi, dire dei no, declinare degli inviti, delimitare in maniera risoluta, ma garbata il proprio territorio. Prendendosi cura del proprio benessere. Ne parliamo con la Psicologa Serenella Ricci. Come si riconoscono i "vampiri energetici"? Facciamo una premessa: con questo termine ci si riferisce a tutti quegli individui che, per sentirsi potenti e riempire i loro vuoti interiori, si nutrono della forza vitale altrui. Si tratta di persone che tendono a manipolare le relazioni per trarne vantaggio e sottomettere a livello psicologico l'altro. È possibile arginarli? Sì, in particolare ricordandoci che questi individui, per esercitare la loro azione, hanno bisogno della partecipazione della loro vittima. Occorre quindi consapevolezza. Senza il nostro assenso, anche ovviamente implicito, non possono farci del male. Perché spesso tendiamo ad assorbire la negatività altrui? Di frequente ciò che muove le vittime verso queste persone è il bisogno di essere accettati e amati, con una forte paura della solitudine che fa da motore. La mancanza di una sana autostima e del senso di auto efficacia generano in chi subisce un pericoloso meccanismo di accettazione passiva e patologica: la vittima preferisce subire piuttosto che sopportare la paura del rifiuto e della solitudine, anche se ciò significa annullarsi come persone. Nella pratica, come difendersi da tutte quelle persone che ci scaricano addosso solo frustrazioni, aggressività e ansia? Fondamentale a questo scopo è lavorare sulla propria autostima recuperando amore e rispetto di sé, della propria dignità e valore personale. E se da soli non si riesce? In questo caso occorre chiedere aiuto, iniziando un percorso di psicoterapia personale o di gruppo: solo quando possediamo questi strumenti siamo in grado di difenderci dai tentativi manipolatori dei cosiddetti vampiri energetici. Sul lavoro come in famiglia. Spesso abbiamo paura che dire no o non prestare l'orecchio venga scambiato per maleducazione. E invece si tratta di essere assertivi e non maleducati, né superficiali. Assertivo è chi riconosce i propri diritti e quelli altrui come di pari importanza, senza temere di esprimere il proprio eventuale disaccordo. Fondamentale è imparare, ad esempio, a dire di no quando non siamo d'accordo, in modo empatico e ragionato, evitando di rispondere in modo aggressivo o passivo, ma pretendendo di essere ascoltati e rispettati. Fonte http://d.repubblica.it/attualita/2015/08/17/news/come_difendersi_dai_manipolatori_persone_che_tolgono_energia-2726634/?ref=fbpd&refresh_ce

16/05/2015 Curarsi con la bellezza. L'arte è la medicina dell'anima di chi la sa osservare

Psicoterapia

A cosa serve l'arte? La sua importanza è fin troppo presunta per essere spiegata e il suo valore è ritenuto solo una questione di senso comune: in ciò risiede l'errore. L'arte non si riduce a veicolo di astrazione pura, perché essa è anche medicina. Alain de Botton e John Armstrong approfondiscono la questione in un interessante saggio uscito per Guanda, L'arte come terapia, corredato da un ricco apparato iconografico a colori, partendo dall'idea che, se l'arte è uno strumento, allora bisogna andare più a fondo per conoscerne la natura e le possibilità. De Botton e Armstrong - il primo scrittore (ricorderete i suoi Esercizi d'amore) il secondo professore di filosofia a Melbourne e storico dell'arte - procedono individuando le funzioni dell'arte, a partire dalla memoria: la concentrazione e l'attenzione ai dettagli potrebbe essere stimolata da un Vermeer. E la speranza, come si mantiene in vita? Con un volto soave scolpito nella pietra. O con "La danza" di Matisse, che ci tampona dalle umiliazioni. E in virtù di quale alchimia possiamo trarre sollievo dal dolore? È spiegato a pagina 30: Che l'arte possa offrire un osservatorio privilegiato da cui studiare i travagli della condizione umana è una considerazione valida soprattutto per le opere sublimi in senso romantico, che raffigurano stelle e oceani, maestose scogliere e grandi catene montuose. Sono opere che ci rendono consapevoli della nostra irrilevanza suscitando in noi un piacevole terrore, unito alla percezione di quanto siano insignificanti le disavventure umane al cospetto dell'eternità e lasciandoci un po' più pronti a inchinarci dinanzi alle incomprensibili tragedie che ogni vita comporta. Anziché tentare di rimediare alle umiliazioni subite riaffermando la nostra sminuita importanza, con l'aiuto dell'arte possiamo sforzarci di comprendere e di apprezzare la nostra sostanziale insignificanza. Date un'occhiata all'esterno della settecentesca Cattedrale di Santa Prisca e San Sebastiano, a Taxco, in Messico: ciò contribuirà a rimettere in sesto il vostro equilibrio se è scombussolato da uno stile di vita intenso, da ritmi faticosi e dalla frenesia quotidiana. Ma basterebbe anche un ameno cottage o il chiostro di un'abbazia provenzale, non una qualsiasi però. Per la conoscenza di noi stessi, cosa è consigliabile osservare? E per salvarci dalla scontentezza o dal senso di inadeguatezza? Una galleria di dipinti, monumenti, sculture, perfino maschere, senza limiti di tempo o di luogo. Il testo prosegue con alcune riflessioni sul senso dell'arte con una sorta di "prontuario medico-artistico" per ogni evenienza, distribuito nei tre intramontabili filoni di amore, denaro e politica: dalla pazienza, alla sensualità, all'elasticità, fino alla rivoluzione. Non dico che butterete via le medicine, ma farete tesoro delle virtuose proposte. Anche perché, per ogni malanno, gli autori suggeriscono opere, cure gratuite (prive di effetti collaterali) e motivazioni. Queste ultime, forse, sono le più importanti: Uno dei nostri difetti principali, nonché fonte d'infelicità, è la difficoltà nel renderci conto di ciò che abbiamo intorno. Soffriamo perché perdiamo di vista il valore di quello che abbiamo davanti, vagheggiando, spesso a torto, attrattive che immaginiamo esistere altrove.

 

Scritto da: Marilu Oliva

 

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/marilu-oliva/curarsi-bellezza-larte-anima-osservare_b_7526378.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

27/04/2015 Ansia cronica: serve la psicoterapia, una cura fatta di parole e ascolto (articolo di Danilo di Diodoro)

Curare Ansia

Articolo di Danilo di Diodoro www.corriere.it

Gli ansiolitici possono indurre dipendenza con il risultato che nel tempo il paziente può aumentarne la dose e quando il farmaco viene sospeso di solito l’ansia torna a salire.

Si chiama “Disturbo da ansia generalizzata” ed è quella forma di ansia persistente, difficile da controllare, che rende costantemente preoccupati, anche quando non ci sarebbero motivi. Alla preoccupazione si associano spesso irritabilità e sintomi somatici, quali la sensazione di stanchezza e la tensione muscolare. Caratteristiche di un disturbo persistente Diversi studi hanno dimostrato che questo disturbo è più frequente in chi ha avuto difficili esperienze in età infantile e tra le persone che hanno la tendenza a mostrarsi timide e inibite di fronte alla nuove situazioni. La persona ansiosa osserva l’ambiente circostante alla continua ricerca di possibili segnali di pericolo, di minacce incombenti. Si preoccupa a dismisura quando c’è da risolvere un problema, ha difficoltà a tollerare le situazioni di ambiguità e incertezza, è oppressa dalla sensazione di mancato controllo. Si tratta di un disturbo che può persistere ma che si può anche superare, seppure con un certo rischio di ricaduta: una ricerca pubblicata sull’American Journal of Psychiatry indica che il 60% delle persone ne soffre ancora dopo 12 anni dalla prima rilevazione; del 40% che lo ha superato, circa la metà torna a essere nuovamente preda dell’ansia nel giro di altri 12 anni. Il decorso è più protratto tra le persone che hanno iniziato ad avere già da molto giovani i primi sintomi dell’ansia. Si tratta dei casi nei quali è più facile che si associno a questa condizione anche altri disturbi psichici, come la depressione, disturbi d’ansia ulteriori legati a specifiche condizioni di vita, e l’uso di sostanze. Per l’ansia cronica buoni risultati con la psicodinamica A fronte di un’ansia tendenzialmente cronica, si cerca di ricorrere il meno possibile ai farmaci ansiolitici, più indicati per il trattamento di forme acute e transitorie. L’obiettivo diventa puntare su una psicoterapia. «Gli ansiolitici, come le benzodiazepine, possono indurre dipendenza e assuefazione, con il risultato che nel tempo il paziente può aumentarne la dose nel tentativo di ricercare gli stessi effetti. E quando il farmaco viene sospeso di solito l’ansia torna a salire — dice il dottor Paolo Migone, psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane —. Possono essere usate con qualche beneficio altre classi di farmaci, ad esempio certi antidepressivi, che a volte agiscono anche contro l’ansia, ma per ottenere risultati migliori non si può prescindere da una psicoterapia. Durante le sedute si cerca di comprendere se nella vita del paziente vi sono motivi alla base della sua ansia, e lo si fa in una situazione di sicurezza e rilassamento all’interno della relazione terapeutica». «Vi sono vari approcci psicoterapici per l’ansia generalizzata, — prosegue Migone — molti dei quali sono diffusi anche in Italia, dove operano psicoterapeuti di orientamenti diversi. Dalla ricerca in psicoterapia fino a pochi anni fa risultava una maggior efficacia delle terapie cognitivo-comportamentali, mentre recentemente emergono sempre più dati in favore anche di tecniche psicodinamiche. In media, comunque, i dati di cui disponiamo non fanno intravedere differenze significative tra diversi approcci nella psicoterapia dell’ansia generalizzata, come ha dimostrato una recente revisione della Cochrane Library. Anche la meta-analisi realizzata da Jonathan Shedler, professore di psichiatria all’University of Colorado School of Medicine, pubblicata su Psicoterapia e Scienze Umane, riporta dati in tal senso. Inoltre, stanno emergendo prove che chi intraprende un trattamento psicodinamico va meno incontro a ricadute. In ogni caso, si può affermare senz’altro, dati alla mano, che la psicoterapia è efficace nel trattamento dell’ansia più di quanto siano efficaci i farmaci antidepressivi nel trattamento della depressione».

Fonte www.corriere.it articolo di Danilo di Diodoro

23/03/2015

intervista alla dott.ssa Silvia Abbate. Incertezze, aspettative, omologazione: ritratto degli adolescenti pisani e di cosa si fa per non lasciarli soli

Tutoraggio psicologico

 

Uno ascoltava il metal, l’altra si era coperta troppo per essere settembre, l’altra ancora aveva i capelli legati ma in realtà li avrebbe voluti sciolti. Uno parla con la madre davanti alla scuola e un po’ la sta odiando, l’altro, dall’altra parte della strada, con la madre non ci parla mai. Viaggiatori dell’età giovane, non ancora 18enni, ragazzi e ragazze provano a dirci che qualcosa non va, che gli abbiamo dato un sonoro “pacco” con questo mondo storto e instabile. Lo dicono con i loro eccessi, cronicamente incompresi e linguisticamente lontani. Gli adolescenti non si possono ignorare, gli adolescenti che per cause biologiche e sociali sono voraci sensation seeker, cacciatori di sensazioni, “forti”, disposti a tutto, anche a correre rischi e mettersi in pericolo, pur di ottenerle e viverle.

 

Silvia Abbate è una psicologa e ci racconta che gli adolescenti “cercano figure adulte, anche in contrapposizione ma in qualche modo autorevoli”, e che l’assenza generalizzata di queste figure – è la società stessa a produrne di meno o di più superficiali – provoca un disorientamento in chi si appresta a entrare nel mondo adulto. Sembra banale, ma anche le statistiche ci parlano di un coinvolgimento forzato della gioventù in un contesto di precarietà diffusa e del disagio profondo che questo provoca: No future, come il più classico mantra punk. La paura di non trovare un lavoro è diffusa, e con questa la consapevolezza di un futuro precario Dall’ultima indagine dell’Eurispes sulla condizione dell’età giovane nel nostro paese, nel 2012 oltre la metà dei coinvolti dall’indagine si è detta consapevole della difficile situazione finanziaria. La preoccupazione di non trovare un lavoro affligge ben il 35,4% delle ragazze e il 19,7% dei ragazzi. Prima di arrivare a porsi il problema del lavoro, i giovani hanno già incontrato tantissime esperienze e sono diventati multitasking e multi canale: smartphone, tablet, computer e tv occupano pesantemente le loro vite, oltre quattro ore al giorno per quasi la metà degli intervistati. Tra i 16 e i 18 anni in particolare, la presenza in rete serve alla vita sociale e attenua la paura di “essere tagliati fuori”. Con Internet si apre un mondo, non sempre pieno di belle scoperte: alla domanda “ti è mai capitato di trovare online…” i ragazzi che hanno risposto “foto o video imbarazzanti che ritraggono i coetanei”, sono stati il 40,1%, un numero altissimo. Tre ragazzi su dieci hanno trovato foto proprie online, che per quanto non imbarazzanti non avevano ricevuto una preventiva autorizzazione ad essere diffuse. Il 23,6% vi ha trovato pettegolezzi o falsità sul proprio conto, il 20,8% foto o video imbarazzanti che ritraggono altri adulti di loro conoscenza, il 17,5% foto o video imbarazzanti riguardanti i loro insegnanti. Si fugge da casa perché spesso la famiglia è un luogo inospitale. Ma scappare resta un trauma Imparare le relazioni. Dall’indagine Eurispes emerge anche un brutto rapporto con le emozioni e le relazioni. È estremamente diffuso rapportarsi con il proprio ragazzo/ragazza urlando: ne è vittima infatti quasi un terzo degli intervistati, e quasi altrettanti hanno subito insulti. Ci si urla addosso e ci si minaccia: la più diffusa e sempreverde è “ti lascio se…”. Si beve tanto, si beve presto (parliamo di alcolici). Si fugge da casa perché la famiglia è un luogo inospitale e anche se tra idea e azione corrono tante variabili, e sono pochi quelli che lo fanno davvero, scappare da casa resta comunque un evento traumatico alla base del quale vi è sempre un profondo disagio che va ascoltato. Le risposte dei ragazzi chiariscono che sono le dinamiche interne alla casa stessa ad averli spinti ad allontanarsene. In questo senso, il rapporto con i genitori sembra essere determinante: più di un quarto degli adolescenti ha deciso di scappare da casa perché non riesce ad andare d’accordo con loro o perché limitano troppo la propria libertà. Ci si sente incompresi e la casa non è un posto piacevole dove stare per chi sente litigare spesso i genitori o non è riuscito ad instaurare un rapporto sereno con il nuovo compagno/a della madre o del padre. A volte si scappa di casa anche per motivi che non riguardano la famiglia: fughe amorose, disastri scolastici, problemi di bullismo. Che la gioventù sappia ancora sorridere e sorprenderci lo sappiamo, e non va dimenticato. Loro stessi hanno risposto in maggioranza di sentirsi prevalentemente felici e divertiti. A volte sono oscurati dalla noia, che li coinvolge in gran misura, o dall’ansia, anch’essa diffusa. Sebbene dichiari di non soffrire di solitudine, una parte rilevante del campione ne soffre qualche volta o spesso, quasi un ragazzo su tre. Lo stesso vale per i sentimenti di depressione, rara o del tutto assente rispettivamente nel 36,9% e nel 31,4% degli adolescenti intervistati, ma comunque presente qualche volta o spesso nel 30,8% di essi. Giovani che soffrono, cosa fanno le istituzioni? Ne abbiamo parlato con Cristina Fellini della Società della Salute; il suo ufficio ha predisposto due azioni: i centri aggregativi e le attività in strada. A questi si aggiungono gli sportelli nelle scuole, in collaborazione con altre istituzioni. Infatti tutte le scuole dei comuni che afferiscono alla conferenza educativa di zona pisana hanno attivato degli sportelli di ascolto gestiti da operatori e operatrici dei consultori ASL. Ogni scuola ha un monte ore piccolo, 70 ore all’anno, dedicato a insegnanti, genitori e alunni. Un servizio unico che nonostante le poche ore è ora al terzo anno e ha avuto una risposta molto positiva. Nel 2014 sono state 424 le ore di ascolto per 416 studenti delle scuole superiori. 105 insegnanti hanno utilizzato lo sportello, insieme a 54 genitori. Anche a età più basse ci si è rivolti allo sportello: negli istituti comprensivi sono stati infatti ascoltati 482 alunni, un centinaio di insegnanti e oltre 200 genitori. Chi ha problemi seri, di tipo economico, psicologico o altro, può seguire percorsi legati ai servizi sociali, ed esiste inoltre un protocollo fra istituti comprensivi per la segnalazione dei minori a rischio. Un collegamento fra le scuole e gli altri servizi che punta ad avvicinare, in caso di necessità, studenti e famiglie alle istituzioni. Le attività di strada invece si rivolgono per lo più agli adolescenti. Il servizio è svolto dalla cooperativa Arnera e dai suoi 10 operatori che tra i comuni dell’area pisana e il capoluogo svolgono un compito delicato e importante, quello di affiancare i gruppi di giovani e capire se ci sono problemi, difficoltà, e in quel caso, lavorare assieme sugli stili di vita. Anche nei tre centri aggregativi si fa questo, con l’affermazione di pratiche e di relazioni, l’importanza delle scelte, imparare a risolvere i problemi. Circa 400 le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato alle attività dei centri solo nel primo semestre del 2014, ma altrettanti sono rimasti nella noia delle selle dei motorini o sugli scalini di case anonime. “Mancano gli spazi informali”, fa notare Fellini, “quei luoghi che non sono neutri come le strade, ma che stimolano e favoriscono l’affermazione delle varie identità”. Identità che solo la gioventù sa esprimere e contraddire allo stesso tempo e che sanno essere molto creative. Andrea De Conno, in un altro ufficio della Società della Salute, lavora invece con gli insegnanti attraverso un progetto sulle “Life skills“, le competenze di vita, come quelle che “nessuno ci ha insegnato” e che faticosamente abbiamo capito da soli. “Navigare le emozioni, imparare la resilienza, saper ascoltare, mostrare empatia”, tutte pratiche, spiega De Conno, che una volta imparate aiutano a vivere meglio. Sono 90 gli insegnanti che ad oggi hanno seguito gli incontri della SdS per poi trasmettere le loro nuove competenze agli studenti, e navigare assieme.

Cinzia Colosimo per Pagina Q

22/03/2015 I bambini di oggi, analfabeti emotivi

relazione genitori figli

L'allarme del filosofo Umberto Galimberti: i genitori di oggi sono incapaci di accudire i figli nel modo giusto e allevano una generazione di analfabeti emotivi. EDUCARE I BAMBINI AI SENTIMENTI- La nostra società è ad alto tasso di psicopatia ed è inadatta ai bambini. L'allarme è di Umberto Galimberti, filosofo e professore presso l'Università Ca'Foscari di Venezia che in un'intervista a Wise Society non usa mezzi termini: i genitori di oggi sono incapaci di amare e di parlare al cuore dei figli. Il risultato è che crescono una generazione di analfabeti emotivi, senza orientamento. Grande studioso dei sentimenti umani, dell'amore e delle emozioni, Galimberti spiega che i sentimenti non si tramandano di generazione in generazione geneticamente, con il Dna, ma si apprendono in famiglia. E spetta ai genitori trasferire ai propri figli gli strumenti adatti per costruirsi un bagaglio emotivo, che consente di instaurare legami e relazioni significative. In tal senso svolgono un ruolo fondamentale quelle che il filosofo chiama "Mappe emotive", che si formano nei primi tre anni di vita del bambino e sono fondamentali perchè offrono al bambino gli strumenti giusti per reagire agli eventi che la vita pone innanzi in modo proporzionato e per "sentire il mondo". Insomma, anche Galimberti ribadisce che i primi tre anni di vita di un individuo sono davvero un periodo-chiave, determinante per molti aspetti della vita futura. E' proprio in questo periodo che i bambini vanno seguiti, accuditi, ascoltati perchè altrimenti si convinceranno di non essere ascoltati, di non averne diritto, di non valere niente. Costruire le mappe emotive in questi primi tre anni significa passare dal semplice impulso, che è fisiologico e naturale, all'emozione, che è un passo evoluto rispetto all'impulso e "conosce la risonanza emotiva di quello che si compie e di quello che si vede". E infine si arriva al sentimento, che non è solo una questione emotiva ma anche cognitiva. In questo complesso percorso di crescita emotiva e di trasformazione i genitori svolgono un ruolo di primaria importanza perchè devono fornire ai bambini tutti gli strumenti affinché si passi dall'impulso al sentimento. E il sentimento non è una dote naturale, ma si apprende. Si apprende con i genitori e la loro capacità di trasferire questi strumenti, ma si apprende anche grazie alla società nella quale il bambino prima e adolescente poi vive e cresce. Galimberti spiega che non tutte le società sono idonee a fare figli: i libri non vengono letti, la cultura non gioca alcun ruolo nella formazione dei giovani e loro restano a livello di impulso o al massimo di emozione. E la nostra società è assolutamente inadeguata, dichiara Galimberti. Al giorno d'oggi i genitori sono troppo impegnati con il lavoro e la propria realizzazione personale, delegano l'educazione dei figli ad altri e a chi difende il concetto di "tempo di qualità", il filosofo risponde che i bambini "hanno bisogno di tempo-quantità. Hanno bisogno di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda. Non basta fare quattro week end giocosi per avere una relazione con i figli". Se non si aiutano i figli a costruire, da piccolissimi, le mappe emotive, essi cresceranno senza riuscire a "sentire" nel profondo la differenza tra bene e male, tra il giusto e l'ingiusto. In questo modo i figli cresceranno come handicappati psichici e soffriranno di psicopatia. Il punto è che la loro psiche non riuscirà proprio a "registrare la situazione" a causa di una vera e propria apatia della psiche.

(fonte http://www.pianetamamma.it/la-famiglia/diventare-mamma-la-famiglia/tipi-genitori-danneggiano-figli.html)

15/01/2015 Mamma! Quando te ne vai, salutami!

Relazione genitori figli

“Vai adesso che non ti guarda!” dice la nonna/la tata/il papà…. E così la mamma, in punta di piedi, apre la porta e si allontana, tirando un sospiro di sollievo non sentendo il proprio figlioletto piangere. Trascorsi pochi minuti il bambino comincia a guardarsi intorno smarrito…. Cosa cercherà? forse la sua mamma? “Che c’è amore?” dice la nonna/la tata/il papà facendo finta di non capire. Il piccolo, ovviamente, scoppia a piangere. Allora, la nonna/la tata/il papà, provano a consolare, con estrema fatica, il cucciolo smarrito cercando di sdrammatizzare. Ebbene, per questo piccoletto la sua mamma è sparita, non è andata via, è proprio sparita. Quando, in realtà, sappiamo bene, è solamente andata a lavorare, a fare la spesa o dal dentista! Si crede di far bene lasciando il bimbo tranquillo quando ci allontaniamo, ma in realtà non c’è nulla di peggio. Il bimbo va salutato, sempre!!! Rischiando magari di scatenare un pianto che però il bambino imparerà con il tempo a gestire. Sempre essere reali, autentici, trasparenti con i bimbi, anche quando sono ancora molto piccoli! “Ingannarlo” è sempre una scelta sbagliata! Staccarsi dalla mamma è un processo che il bimbo prima o poi dovrà sperimentare, ma ci sono piccoli accorgimenti che permettono che ciò avvenga con serenità. 1. Prima di tutto iniziare con distacchi brevi, allontanarsi per pochi minuti e poi ricomparire per poi aumentare gradualmente il tempo del distacco. 2. Uscire sempre mostrando il nostro sorriso più smagliante! Il bimbo deve essere contagiato dalla vostra serenità! Ciò permette al bimbo di ricevere dalla mamma il messaggio non verbale “stai tranquillo! va tutto bene! non sta accadendo nulla di preoccupante”! 3.Quando si decide di uscire, farlo. Non tornare indietro e non esitare. 4.Al rientro essere felici di rincontrarsi, raccontare ciò che si è fatto e chiedere al bimbo come ha trascorso il tempo in sua assenza. 5. Chiedere la collaborazione di chi rimarrà con il piccolo: domandargli di sfoderare tutte le sue capacità “seduttive” per attrarre al massimo l’attenzione del bambino permettendogli così di concentrarsi su una attività estremamente attraente! 6. Infine ricordasi che prima o poi sarà il nostro piccolino a salutarci prima di uscire….. Fonte: http://montessoriacasa.com/2014/11/29/mamma-quando-te-ne-vai-salutami/